Leggere insieme, imparare dal Pianeta vivo
I libri del progetto CLAY per la Giornata Mondiale del Libro: testi per pensare il mondo in modo sistemico
La lettura è un’arte che alcuni temono stia andando perduta. Eppure il mondo legge più di prima. È il modo in cui leggiamo che sta cambiando, e forse vale la pena fermarsi a capire come.
I libri cedono il passo a formati sempre più brevi. Le notifiche spezzano i fili del pensiero. Gli algoritmi decidono cosa ci arriva tra le mani. E soprattutto, leggere è diventato un atto sempre più solitario: ciascuno nel proprio angolo, con il proprio schermo, dentro la propria bolla. I club del libro, i circoli letterari, le serate a discutere di idee lette insieme — tutto questo si fa più raro, più prezioso, quasi controcorrente.
La lettura non è scomparsa. Ma ha perso qualcosa di essenziale: la sua dimensione collettiva. Quel momento in cui un testo smette di essere tuo e diventa nostro — quando le parole di qualcun altro diventano il terreno su cui costruire pensiero condiviso.
È proprio da questa consapevolezza che nasce il progetto CLAY, finanziato dal programma ERASMUS+ e portato avanti da un consorzio di organizzazioni agroecologiche europee, tra cui Deafal. CLAY ha fatto una scommessa rara nel panorama dei progetti educativi: dedicare l’intero primo anno non a produrre, ma ad imparare. Senza fretta. Senza un risultato immediato da consegnare. Con il tempo di vagare tra idee che non sono necessariamente “utili”, ma che ti muovono in profondità.
Al cuore di questo anno di esplorazione c’è stato un circolo di lettura collettivo — un gruppo che si è ritrovato ogni tre settimane, da febbraio a giugno 2025, per leggere e discutere insieme testi capaci di aprire sguardi insoliti sul mondo. Testi che non offrono risposte semplici, ma che allenano a vedere le connessioni, a ragionare in modo sistemico, a tenere insieme complessità che di solito vengono separate: educazione ed ecologia, saperi locali e pensiero globale, corpo e territorio, presente e futuro.
Quello che state per leggere è il frutto di quel percorso. I libri che trovate di seguito non sono una bibliografia accademica né una lista di letture obbligatorie: sono i compagni di viaggio che hanno accompagnato questo gruppo per mesi, con le idee che hanno mosso, le domande che hanno aperto, le inquietudini che hanno lasciato. Li condividiamo perché la lettura, quando è vera, non si esaurisce in chi legge — chiede di circolare, di essere passata di mano in mano, di diventare conversazione.
Buona Giornata Mondiale del Libro. E soprattutto: buona lettura, insieme.
Robin Wall Kimmerer – Braiding Sweetgrass
Il testo si ispira al pensiero di Robin Wall Kimmerer e al suo libro Braiding Sweetgrass, che intreccia saperi indigeni e scienza occidentale per ripensare il rapporto tra esseri umani e natura. Al centro c’è l’idea di una “grammatica dell’animato”, un modo di percepire e nominare il mondo che riconosce piante, animali ed elementi naturali come esseri viventi dotati di agency, e non come semplici risorse.
Attraverso riflessioni personali e testimonianze, emerge il bisogno di ricostruire un legame profondo con la Terra, riscoprendo pratiche di reciprocità, ascolto e rispetto, come il concetto di “raccolta onorevole”. La natura viene presentata come maestra e rete di relazioni di cui l’essere umano è parte integrante. Il testo invita quindi a superare una visione separata e utilitaristica del mondo, per riscoprire un senso di appartenenza, interconnessione e responsabilità verso tutte le forme di vita.

Donna Haraway – Tentacular Thinking
Il pensiero di Donna Haraway si muove come una creatura tentacolare: non procede in linea retta, ma si espande, tocca, intreccia, connette. Nel suo immaginario, il mondo non è un sistema ordinato da dominare, ma un groviglio vivo di relazioni in cui siamo immersi, impastati, coinvolti.
Nel Chthulucene, gli esseri umani smettono di stare al centro e diventano humus: materia fertile, in decomposizione e trasformazione, parte di un continuo ciclo di vita e morte. “We are humus, not Homo” diventa così un’immagine potente: non individui separati, ma compost che nutre e viene nutrito.
“Stare con il problema” non è risolvere, ma restare dentro il disordine, come in un terreno umido e brulicante, dove crisi e possibilità coesistono. È accettare di non avere il controllo, e imparare invece a tessere legami, a “fare parentela” con ciò che è diverso da noi.
Più che spiegare il mondo, Haraway lo trasforma in una trama viva, un intreccio di fili, corpi e storie: un invito a sentire di essere parte di una moltitudine che vive, muore e diventa insieme.
Questo immaginario si sviluppa soprattutto nel libro “Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene” (2016), dove Haraway intreccia filosofia, ecologia e narrazione speculativa per ripensare il nostro modo di abitare la Terra.

Ulrich Oslender – Local Aquatic Epistemologies among Black Communities on Colombia’s Pacific Coast and the Pluriverse
Il testo di Ulrich Oslender scorre come un fiume: non descrive semplicemente un luogo, ma un modo di esistere dentro le sue acque. Nelle comunità afro-colombiane del Pacifico, il fiume non è uno sfondo, ma una presenza viva che orienta identità, relazioni e tempo.
Qui, sapere significa muoversi con le maree, abitare i ritmi lunari, riconoscere che “non si guarda oltre il fiume, ma lungo il suo corso”. Il fiume diventa così linea di connessione, spazio di comunità e memoria, una geografia affettiva in cui anche il “da dove vieni” coincide con il nome di un’acqua.
Attraverso il concetto di pluriverso, il testo apre uno spiraglio su mondi molteplici: realtà in cui la conoscenza non è universale e astratta, ma incarnata, situata, intrecciata ai territori. Un invito a immaginare la Terra non come un unico sistema, ma come un arcipelago di mondi, ciascuno con le proprie correnti, grammatiche e forme di vita.
Questo contributo di Oslender è contenuto come capitolo all’interno del volume collettaneo “Constructing the Pluriverse: The Geopolitics of Knowledge” (2018), curato da Bernd Reiter e pubblicato dalla Duke University Press.

Val Plumwood – Feminism and the Mastery of Nature
Il pensiero di Val Plumwood si presenta come un gesto di rottura: smascherare le false scelte che hanno strutturato il nostro modo di pensare il mondo. In Feminism and the Mastery of Nature, la realtà non è divisa tra opposti da scegliere – umano o natura, uomo o donna, cultura o corpo – ma attraversata da relazioni che queste dicotomie hanno reso invisibili.
La padronanza della natura appare allora come una narrazione costruita: un’illusione che giustifica dominio e sfruttamento, mentre nasconde la nostra dipendenza profonda da ciò che viene reso “inferiore”. Plumwood invita a vedere oltre queste opposizioni: non tra padrone o schiavo, ma tra dominio e coesistenza.
Nel suo immaginario, la cultura dominante è come una casa che ha dimenticato le sue fondamenta: ha relegato la natura, il corpo, il femminile e la cura sullo sfondo, trattandoli come risorse inesauribili. Ma ciò che viene nascosto continua a sostenere tutto il resto.
La sua proposta è un ritorno di una visione in cui l’umano non è separato né superiore, ma continuo con il mondo vivente. Un invito a smontare le gerarchie e a immaginare relazioni basate non sul controllo, ma su reciprocità, responsabilità e convivenza.

Timothy Morton – Hyposubjects on becoming human
Il libro di Timothy Morton e Dominic Boyer si muove come qualcosa di instabile, incompleto, quasi balbettante: un invito a diventare meno solidi, meno centrali, meno sicuri.
L’hyposoggetto non è un eroe, ma una crepa. Abita gli interstizi di un mondo dominato da forze enormi e sfuggenti, gli “iperoggetti”, e invece di dominarle, impara a starci dentro: fragile, plurale, contraddittorio. Non cerca di elevarsi, ma di scendere, di mescolarsi, di esistere con.
È una figura che gioca con ciò che resta, che si adatta, che ride e soffre, che costruisce con frammenti. Invece di opporsi frontalmente, devia, aggira, si insinua. Una presenza che non pretende controllo, ma coltiva possibilità.
Più che una teoria, è una postura: accettare di non capire tutto, di non essere al centro, di essere fatti di relazioni e dipendenze. E proprio in questa apparente debolezza, trovare una forma diversa di forza — capace di immaginare e abitare mondi altrimenti.

David Abramm – Becoming an Animal
Il pensiero di David Abram è come un respiro che ci attraversa e ci riporta alla Terra. Nel suo libro Becoming Animal, il mondo non è qualcosa da osservare a distanza, ma una presenza viva che ci tocca, ci parla, ci avvolge.
Qui, il corpo diventa il luogo in cui il mondo accade. I sensi non sono strumenti passivi, ma porte attraverso cui entriamo in relazione con una realtà animata, fatta di voci non umane — il vento, le foglie, gli animali, la luce.
Il linguaggio smette di essere solo rappresentazione e torna ad essere gesto, suono, respiro condiviso: un modo di entrare in contatto, di partecipare a una conversazione più ampia che non appartiene solo agli esseri umani.
In questa visione, siamo “animali a due zampe” immersi in una trama vivente, parte della stessa carne del mondo. Conoscere non è separare, ma sentire. E il sapere nasce proprio da quell’intreccio sottile tra il nostro corpo e la Terra che lo accoglie e lo sostiene.

Bayo Akomolafe – This revolution will not be schooled
Il saggio di Bayo Akomolafe e Manish Jain si muove come una crepa nel sistema educativo moderno: non propone una riforma, ma un disallineamento.
In “This revolution will not be schooled”, l’apprendimento smette di essere qualcosa da organizzare, standardizzare e controllare, e torna ad essere un processo vivo, situato, intrecciato con la terra, le relazioni e le storie. La scuola, così come la conosciamo, appare come una macchina che separa: i corpi dai luoghi, il sapere dall’esperienza, le persone dalle loro radici.
La “rivoluzione” evocata non è un evento, ma uno slittamento: un uscire dai binari dell’efficienza e della produzione per entrare in spazi più lenti, incerti e fertili, dove imparare significa ri-entanglarsi con il mondo. Non si tratta di insegnare meglio, ma di lasciare che emergano altri modi di conoscere, spesso marginalizzati o silenziati.
È un invito a disimparare, a sostare tra le storie, a coltivare comunità di apprendimento che non cercano risposte definitive ma nuove possibilità di esistere insieme. Qui, educare non è riempire, ma aprire: creare le condizioni perché qualcosa di imprevisto possa accadere.

Annalisa Metta – Il paesaggio è un mostro
Le parole di Annalisa Metta, in “Il paesaggio è un mostro”, ribaltano con decisione l’idea rassicurante di paesaggio come sfondo armonico e controllabile.
Il paesaggio non è una scenografia ordinata, ma una creatura viva, instabile, eccedente: un “mostro” proprio perché sfugge alle categorie con cui cerchiamo di domarlo. È fatto di stratificazioni, conflitti, presenze umane e non umane che si intrecciano senza mai diventare un tutto pacificato.
In questa visione, il paesaggio non si guarda soltanto: si attraversa, si subisce, si abita come una relazione reciproca. È qualcosa che ci trasforma mentre noi cerchiamo di leggerlo o progettarlo.
Chiamarlo “mostro” non è un giudizio negativo, ma un modo per restituirgli la sua vitalità indisciplinata: il paesaggio come organismo in continua metamorfosi, che non coincide mai con l’immagine che ne costruiamo, e che proprio per questo continua a interrogarci.

Monica Guerra – Le più piccole cose
Il lavoro di Monica Guerra in “Le più piccole cose” si concentra su uno sguardo educativo che parte dall’invisibile, dal minimo, dal quotidiano che spesso non viene notato.
Le “piccole cose” non sono dettagli marginali, ma soglie di attenzione: frammenti di mondo che, se osservati con cura, rivelano la complessità delle relazioni tra persone, ambienti e materiali. Un filo d’erba, un gesto ripetuto, una traccia sul suolo diventano occasioni di conoscenza.
Il testo invita a rallentare lo sguardo e a educare la sensibilità, riconoscendo che l’apprendimento nasce anche da ciò che è fragile, impercettibile, apparentemente insignificante. È un’educazione dell’attenzione più che della spiegazione.
In questa prospettiva, conoscere non significa accumulare grandi concetti, ma imparare a stare vicino al mondo, lasciandosi trasformare dalle sue minime presenze.

Pievani e Varotto – Viaggio nell’Italia dell’antropocene
“Viaggio nell’Italia dell’Antropocene”, attraversa il territorio italiano come fosse una pelle viva segnata dall’azione umana.
L’Italia qui non è uno sfondo stabile, ma una geografia in trasformazione continua: fiumi deviati, coste erose, città espanse, montagne sfruttate. Ogni luogo diventa una traccia dell’intreccio tra storia naturale e storia sociale, dove l’umano non è esterno al paesaggio, ma una forza che lo plasma e ne è a sua volta plasmata.
L’Antropocene appare così non come un concetto astratto, ma come una condizione concreta e visibile: un paesaggio scritto dalle nostre scelte, dalle nostre economie e dalle nostre forme di abitare.
Il viaggio proposto non è solo geografico, ma anche percettivo: invita a leggere il territorio come archivio vivente di relazioni, conflitti e trasformazioni, in cui riconoscere la responsabilità profonda dell’essere umano dentro la trama della Terra.

Andrea Wulf – L’invenzione della natura
Il testo di Andrea Wulf, “L’invenzione della natura”, ricostruisce la figura di Alexander von Humboldt come colui che ha trasformato profondamente il modo di vedere il mondo naturale.
La natura, in questa narrazione, non è più una collezione di elementi separati da classificare, ma una rete viva di connessioni: un organismo globale in cui clima, piante, animali e geografia sono intrecciati. Humboldt è descritto come uno dei primi a percepire la Terra come un sistema interdipendente.
Il libro restituisce quindi la nascita di una sensibilità ecologica moderna: l’idea che tutto sia relazione, che nulla esista isolatamente, e che comprendere la natura significhi imparare a leggere le sue connessioni invisibili.
È una storia di esplorazione, ma soprattutto di sguardo: il passaggio da una natura oggetto a una natura relazione, in cui l’essere umano non è esterno, ma parte di una trama vivente e dinamica.

Fabio Ciconte – Il cibo è politica
“Il cibo è politica”, mostra come ciò che mangiamo non sia mai una scelta puramente individuale o neutra, ma il risultato di sistemi economici, sociali e ambientali profondamente intrecciati.
Il cibo diventa così una lente per leggere il mondo: dietro ogni alimento ci sono filiere globali, condizioni di lavoro, sfruttamento delle risorse naturali, modelli agricoli e decisioni politiche che determinano chi ha accesso a cosa, e a quali costi.
Il testo invita a spostare lo sguardo dal piatto al sistema che lo produce, rendendo visibile ciò che normalmente resta nascosto: le relazioni di potere che attraversano la produzione alimentare.
In questa prospettiva, mangiare è un atto politico quotidiano: significa partecipare, consapevolmente o meno, a un certo modo di abitare il mondo, e quindi anche assumersi una responsabilità verso la terra, il lavoro e gli altri esseri viventi coinvolti nella filiera del cibo.

Matteo Meschiari – Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica
Il testo di Matteo Meschiari, “Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica”, si muove come una cartografia ribelle del rapporto tra esseri umani e Terra.
La “geoanarchia” non è un’idea di disordine, ma una critica radicale a ogni forma di controllo totale sul vivente: una proposta di pensiero che rifiuta l’ordine imposto dall’alto e prova invece a leggere il mondo come una rete instabile di relazioni, fratture e resistenze.
La Terra non appare come un sistema da governare, ma come un campo vivo e imprevedibile, in cui le forze ecologiche, sociali e materiali si intrecciano senza mai essere completamente dominabili.
In questa prospettiva, la resistenza ecologica non è solo politica, ma percettiva: significa cambiare sguardo, imparare a vedere le crepe del controllo, i punti in cui il vivente sfugge alla gestione e continua a generare forme di autonomia.
È un pensiero che non costruisce un ordine alternativo, ma abita le discontinuità: un’ecologia che non pacifica il mondo, ma ne ascolta le tensioni.

Matteo Meschiari – Landness
“Landness”, può essere letto come una meditazione sul modo in cui la terra non è semplicemente uno spazio, ma una presenza attiva che ci forma mentre la attraversiamo.
“Landness” non indica il paesaggio come oggetto, ma la condizione di essere-in-terra: un’intimità materiale e percettiva con il suolo, le piante, le rocce, le forme del vivente e del non vivente. È una qualità dell’esistenza prima ancora che un concetto geografico.
Il testo invita a superare l’idea di territorio come risorsa o superficie neutra, per riconoscerlo invece come campo sensibile di relazioni, stratificazioni e memorie geologiche e umane intrecciate.
In questa visione, abitare significa essere coinvolti in una continua co-formazione con la terra: non sopra di essa, non davanti ad essa, ma dentro il suo stesso processo di trasformazione.

Matteo Meschiari – Antropocene fantastico
Il testo di Matteo Meschiari, “Antropocene fantastico”, propone uno sguardo che intreccia geografia, immaginazione e crisi ecologica, trasformando l’Antropocene da categoria scientifica a spazio narrativo e simbolico.
L’Antropocene non è solo un’epoca geologica segnata dall’impatto umano, ma anche un territorio di storie, miti e visioni: un paesaggio mentale in cui la realtà ambientale e l’immaginario si sovrappongono continuamente.
Meschiari invita a considerare il “fantastico” non come fuga dalla realtà, ma come strumento per esplorarla: un modo per vedere ciò che le categorie razionali non riescono a contenere, e per riconoscere le forze vive, instabili e non completamente governabili della Terra.
In questa prospettiva, il pensiero geografico diventa anche un atto narrativo: abitare l’Antropocene significa imparare a leggere il mondo come intreccio di materia e immaginazione, dove il reale è sempre anche raccontato.

Marco Armiero – L’era degli scarti
“L’era degli scarti”, descrive il mondo contemporaneo come un paesaggio costruito attorno alla logica dello scarto: ciò che viene prodotto, consumato e poi espulso come inutile.
Gli “scarti” non sono solo materiali (rifiuti, discariche, inquinamento), ma anche sociali e politici: territori sacrificati, comunità marginalizzate, corpi resi invisibili. Il libro mostra come la modernità abbia organizzato la propria prosperità attraverso la produzione sistematica di ciò che resta fuori dalla visibilità e dal valore.
In questa prospettiva, lo scarto non è un residuo accidentale, ma una struttura centrale del sistema: ciò che viene espulso non scompare, ma ritorna sotto altre forme, segnando i territori e le vite.
Armiero invita così a cambiare sguardo: non esiste “fuori” dal sistema degli scarti. Esiste invece una rete di relazioni materiali e sociali che ci coinvolge tutti, rendendo evidente la necessità di ripensare il rapporto tra produzione, giustizia e ambiente.

Silvia Federici – Calibano e la strega
Silvia Federici ricostruisce le origini del capitalismo intrecciandole con la caccia alle streghe e la repressione dei corpi femminili.
Nel racconto di Federici, la nascita dell’economia moderna non è solo una trasformazione economica, ma anche una violenta riorganizzazione sociale: il controllo sulla terra, sui corpi e sul lavoro passa attraverso la marginalizzazione delle donne, delle conoscenze popolari e delle forme di vita non produttive secondo i criteri capitalistici.
La figura della “strega” diventa simbolo di questa persecuzione: donne accusate e eliminate perché portatrici di saperi legati al corpo, alla cura e alla riproduzione sociale, elementi fondamentali ma resi invisibili dal nuovo ordine economico.
In parallelo, Calibano — tratto da Shakespeare — rappresenta i soggetti colonizzati e sfruttati, mostrando come colonialismo e patriarcato siano processi intrecciati nella costruzione del capitalismo.
Il testo restituisce così una storia alternativa della modernità: non progresso lineare, ma accumulazione di violenze che hanno ridefinito il rapporto tra lavoro, natura e corpo.

Olivia Laing – Il giardino contro il tempo
“Il giardino contro il tempo”, è una meditazione sul giardino come spazio di resistenza lenta e fragile al passare del tempo e alle logiche di distruzione e accelerazione del mondo contemporaneo.
Il giardino non è qui un luogo separato dalla vita sociale, ma un campo vivo in cui si intrecciano storia, politica, ecologia e memoria. Attraverso la cura delle piante, Laing esplora il rapporto tra coltivazione e perdita, tra ciò che cresce e ciò che viene cancellato.
Il giardino diventa così una figura simbolica: uno spazio in cui si tenta di trattenere qualcosa del mondo mentre tutto cambia, ma anche un luogo segnato da fratture storiche, coloniali e ambientali.
In questa prospettiva, coltivare non significa dominare la natura, ma entrare in una relazione temporale con essa: accettare la sua fragilità, la sua trasformazione continua e la sua capacità di resistere nonostante tutto.

