Intervista al sociologo rurale e professore emerito alla Cornell University negli Stati Uniti. Riflette su come l’agricoltura possa affrontare le sfide del capitalismo globale, promuovendo pratiche partecipative che valorizzano i saperi locali e le culture agricole tradizionali. “Il rischio principale, se non cambiano le relazioni politiche e di potere, è la scomparsa delle culture agricole su piccola scala”
La produzione e il consumo di cibo sono legati a rapporti di potere economico e geopolitico: ogni epoca storica costruisce un proprio “regime alimentare” e un proprio modo di organizzare la vita rurale. Questa teoria, che spiega il ruolo strategico dell’agricoltura nello sviluppo del capitalismo mondiale, è conosciuta come food regime ed è nata negli anni Ottanta da un’intuizione di Harriet Friedmann e Philip McMichael. Quest’ultimo è sociologo rurale e professore emerito alla Cornell University (Stati Uniti), nonché autore di importanti testi come “Food regimes and agrarian questions” e “Finance or food?“.
In occasione di un incontro nell’ambito del progetto europeo NeutraWeed – che mira a sviluppare algoritmi e tecnologie basate sull’intelligenza artificiale per una gestione selettiva delle erbe spontanee, e all’interno del quale la Ong Deafal coordina la componente di ricerca socio-culturale – McMichael ha illustrato la propria visione del rapporto tra tecnologia e politica, evidenziando i rischi e le potenzialità dell’IA nei regimi alimentari e la necessità di politiche pubbliche a sostegno dei piccoli produttori.

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Autore
Susanna Debenedetti
Doi
188737431






